Tassazione dei posti barca (ovvero come ridurre ancor di più il turismo)

pubblicato da Ugo Cortesi il giorno 12 dicembre 2011


dicembre 12, 2011

Premetto che non sono un possessore di barca, tantomeno di gommone o di qualsiasi altra cosa galleggiante.

Mentre trovo una logica nella tassazione per la proprietà (che non vuol dire possesso) di autovetture di lusso, oltre ai 170 CV, che però alla fine si riduce ad un quisquilia, ma meglio poco che niente; non mi sembra assolutamente logico il tassare l’ormeggio dei posti barca per i natanti superiori ai 10 metri.  Vi spiego il perché. 

Detta tassazione è stata introdotta per colpire, in primo luogo i possessori italiani (che non vuol dire proprietari) di barche di lusso che celano, battendo bandiera di un paradiso fiscale, la realtà della proprietà.  Cercando di colpire costoro, ovvero gli italiani “infedeli”, si penalizzano anche tutti gli altri diportisti con barche di oltre 10 metri, italiani e non, che sono centinaia di migliaia ogni anno e che sul nostro territorio spendono contribuendo quindi allo sviluppo delle economie locali.  Può succedere che costoro, ma anche gli italiani “mascherati”, per non pagare il di più approdino ad altri lidi (Croazia, Spagna, Francia, ecc.).  Si rischia  quindi, per colpire gli italiani “infedeli”, di perdere un gran fetta di turismo, con conseguenze che certamente sono negativamente superiori al valore della “candela”.  Perché?  Per la solita storia che richiede la solita solfa.  Non si vogliono colpire gli evasori.  Se invece si andassero a cercare gli italiani “infedeli” e li si colpisse nel loro patrimonio e proprietà, non servirebbero azioni che rischiano di fare più male che bene.  Scovando i veri proprietari, coperti da sigle strane o società di comodo, li si tasserebbe direttamente e quindi pagherebbero ad ogni titolo anche se poi approdassero in lidi stranieri.  In questo modo si salverebbe, per gran parte, il turismo da diporto.  E chi paga ha tutto l’interesse a rimanere nelle acque nazionali, appunto perché non gli costerebbe di più.

Torna sempre il discorso del se e del ma…  Come si fa a scoprire questi furbetti?  Nello stesso modo in cui li si potrebbe scoprire per altri beni non dichiarati o “coperti” siano essi in Italia che all’estero.  In che modo?  Mah… I tecnici lo dovrebbero sapere,  se veramente tecnici sono.